Bar Tabacchi Giangiovanni

di Giangiovanni Pettinari & Figli P. IVA 04650673410

Mese: dicembre, 2012

Che ve ne pare

Oggi il Bar Tabacchi è chiuso per lutto. Infatti ieri è morto Pasquale Regazzotti, 77 anni, uno dei clienti storici. Saputa la notizia, ieri sera ci siamo messi a tavolino per buttare giù il testo di un telegramma di condoglianze da mandare alla famiglia di Pasquale. Bernardo ha subito messo il veto: – Non scriveremo una roba banale e scontata e retorica come “Condoglianze” o “Sentite condoglianze”. Non ci alzeremo da questo tavolo fino a che non avremo partorito una frase sincera, che sgorghi dal cuore.
Per favorire l’ispirazione, Giangiovanni ci ha portato al tavolo una bottiglia di amaro Centerbe. Tre ore dopo eravamo sbronzi. Alla fine, barcollando, Tomassi è andato a telefonare per dettare il telegramma: “SENTITISSIME CONDOGLIANZE DAGLI AMICI DEL BAR TABACCHI GIANGIOVANNI”. Quel “sentitissime” era opera di Simonetto: gli è pure scesa una lacrima, quando l’ha suggerito, ma secondo me non era una lacrima di commozione, perché gli è uscita dopo uno sbadiglio colossale. Stamattina io, Bernardo e Simonetto siamo andati alla camera ardente. Tomassi non è venuto, perché lui dice che non sopporta le camere ardenti e i funerali, lui le persone le vuole ricordare da vive. A chi la racconti, Tomassi? Lo sappiamo tutti in realtà sei andato al Bar della Rotonda a giocare a videopoker, visto che Giangiovanni era chiuso. Alla camera ardente c’era pure Giangiovanni, in piedi appoggiato contro la parete, con la testa che ogni tanto gli crollava. La moglie di Pasquale era seduta accanto alla bara aperta, fissava un punto nel vuoto e muoveva le labbra impercettibilmente. Mi sono avvicinato alla bara, ho guardato Pasquale Regazzotti, era proprio morto, anche di più. Mi sono rivolto alla vedova:
– Condoglianze, signora.
– È morto proprio come uno stronzo – ha commentato lei, sospirando.
–  Condoglianze.
– Vaffanculo. Proprio come uno stronzo.
Uscendo dalla camera ardente, ho chiesto ai miei compari:
– Che ve ne pare?
– Lei è ancora una fregna discreta – ha commentato Bernardo.
– Intendevo di Pasquale.
– La morte asciuga – ha detto Simonetto.

Studiare da vecchi

Simonetto è arrabbiato perché l’altro giorno un tipo mai visto al bar s’è piazzato al videopoker ed è stato lì a giocare (e perdere) per tre ore di fila, e a lui che gli stava alle spalle spingendo un po’ con la pancia per fargli pervenire un messaggio tipo “Ohò, tocca anche a me” quello l’ha liquidato didendogli “Vai a giocare a briscola, nonno”. Secondo Bernardo è tutta invidia.
– Invidia di che? – ho chiesto io.
Della vecchiaia, ha risposto lui. Che è un fatto che tutti mirano a quello: a diventare vecchi. Tutti vorrebbero essere vecchi subito, ma non si può, non basta interpellarsi a vicenda chiamandosi “Vecchio”, come fanno i giovani certe volte, per essere vecchi davvero. La verità vera, dice Bernardo, è che non si diventa vecchi dall’oggi al domani, no, ci vogliono anni! La vecchiaia è un fatto di pazienza, e i giovani la pazienza non ce l’hanno. Però siccome in questo paese sono i vecchi che contano qualcosa, mentre i giovani e gli adulti non contano un cazzo, allora tutti ci invidiano lo status di vecchi, ecco la vera verità. Perché non è da tutti. Guarda la storia del rock: quanti possono dire di esserci arrivati? Non può dirlo Janis Joplin e non può dirlo Jim Morrison e neanche Elvis Presley e manco Rino Gaetano. Solo uno su mille ce la fa!
– Fondiamo una scuola –ha detto allora Tomassi, – una scuola che insegna a diventare vecchi.
– Una scuola privata? – ha chiesto Bernardo.
– Certo.
– Una scuola privata per il Conseguimento della Terza Età, una scuola ad alta specializzazione, e quindi molto, molto costosa – ha voluto specificare Bernardo.
Allora ci siamo messi a tavolino a definire bene la questione, che quando ci mettiamo in testa una cosa noi siamo pignoli, le cose ci piace farle per bene, non alla qualunquella. Quanto durerà il corso di studi? Cinque anni, ha proposto Simonetto. Si è levato un coro di indignazione.
– Perché secondo te bastano cinque anni per diventare vecchi? – gli ha fatto Tomassi, – tu quanti ce ne hai messi?
Simonetto si è grattato dietro l’orecchio.
– Sette… otto, al massimo.
– Ma senti questo! Almeno venti, te ce ne sono voluti, altroché.
– Sì, ma senza studiare. Se magari studiavo…
Alla fine abbiamo deciso che il corso dovrebbe durare quindici anni, a patto di iniziarlo presto, appena usciti dall’università, tipo, quando si ha ancora la mente fresca e abituata allo studio. Se invece si inizia il corso, che ne so, a quarantacinque anni, allora per questa gente il corso durerebbe venti anni.
– Fatemi capire – è intervenuto Giangiovanni, smettendo di caricare le tazzine nella lavastoviglie professionale – se io mi iscrivo alla vostra scuola più tardi, ci metto di più a conseguire la vecchiaia di uno che si iscrive prima? Ci vedo tipo una contraddizione.
– Tu non supereresti neanche il test d’ingresso, se è per questo ­– lo ha liquidato Bernardo.
– Ah perché ci sarà anche il test d’ingresso? – ho domandato io.
– E comunque c’è gente che a quarantacinque anni non è ancora uscita dall’università, come la mettiamo? – ha detto Simonetto.
– Qualche altra obiezione del cazzo? – ha detto allora Bernardo, che cominciava a stufarsi, secondo lui la gente non fa che ricamare attorno alle idee geniali fino a che non le demolisce e non se ne fa più niente, le idee geniali non andrebbero mai discusse, bisognerebbe mai neanche dirle, che come le dici perdono la loro magia e diventano stronzate.
– Non lo so –  ha detto Tomassi, e ha sbuffato, come per la fatica di pensare, spandendo tutto intorno un’alitosi al Varnelli – a me non mi convince. Secondo me, un giovane non potrà mai diventarci, vecchio, neanche studiando cento anni. Non è che vecchio ci diventi studiando. La vecchiaia non è un insieme di nozioni, la vecchiaia è una condizione esistenziale. I giovani sono giovani e i vecchi sono vecchi e non puoi saltare lo steccato. I giovani bisogna che si rassegnano.
Tutti abbiamo più o meno annuito, ogni tanto Tomassi c’è da dire che la sa lunga. Annuivamo, e tutti guardavamo in direzione del giovane di turno che si stava rovinando al videopoker, uno dei tanti che non sarebbe mai diventato come noi.