Missione Superenalotto

di Severino G

Simonetto non si capacita di come sia possibile che tutta questa gente in Italia butti i suoi risparmi in un gioco idiota come il Superenalotto. È mai possibile, dice. Bernardo, che prima di andare in pensione era professore al liceo, chiede a Simonetto:
– Sai che cosa diceva Cavour?
– Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani – risponde Simonetto a colpo sicuro.
– No, cugliò. Cosa diceva del Lotto.
Simonetto ci pensa un secondo.
– Fatto il lotto, bisogna fare i… come si chiamano –
– No, no, cugliò. Cavour diceva che il lotto è la tassa sugli imbecilli.
– Che c’entra il lotto con il superenalotto?
– Stessa cosa – taglia corto Bernardo – imbecilli uguale, anzi di più.
Siamo al bar di Giangiovanni, Bernardo sta seguendo l’agonia dei mercati internazionali sul Tg2, Simonetto sta dando il meglio di sé al videopoker, poi c’è Tomassi che legge i risultati della serie D sulla Gazzetta dello Sport. “La Sambenedettese ha spaccato il culo all’Ancona” dice. “Se si è verificato questo evento straordinario, allora possiamo pure vincere all’Enalotto secondo la mia modesta opinione di vaticinatore”. “Il cazzo” urla Simonetto, prendendo a pugni il videopoker “ ’sto pezzo di cazzo Tomassi, tu porti sfiga, come hai parlato io qua ho perso”. “Col videopoker la sfiga non c’entra, il videopoker è scienza” dico io, e tutti annuiscono seri. Cazzo mica stiamo parlando della tassa sugli imbecilli. Giangiovanni si sporge dal banco e dice a Simonetto di non prendere mai più a pugni il videopoker se non vuole che lui telefoni a sua moglie. Simonetto minaccia Giangiovanni di far esaminare dai Nas, e se necessario anche dai Ris, i salatini che giacciono sulla scodella sul banco, se solo prova a chiamare sua moglie. Sarebbe l’inizio di un’estenuante guerra di nervi, se non fosse per Bernardo che propone di fare una giocata collettiva al Superenalotto per sbancarlo. Tutti lo mandiamo sul momento a cagare, che dopo la storia della tassa sugli imbecilli nessuno di noi vuole passare per imbecille, ma Bernardo che è un grande retore spazza via ogni nostra esitazione affermando con calore e spruzzi di saliva che se, come diceva Cavour, quella è la tassa sugli imbecilli, allora cazzo quella tassa è fatta su misura per noi, siamo noi le persone giuste per sbancarlo, il banco del Superenalotto, e noi ci gonfiamo tutti d’orgoglio che nessuno ha il coraggio di contraddirlo. Alla fine ci convince a tutti e Tomassi propone di fare una giocata di quaranta euro, dieci euro ciascuno, di fare un sistema insomma. Ma Bernardo dice di no, dice che il punto è proprio quello, che al Superenalotto nessuno vince mai perché quasi tutti fanno i sistemi credendosi intelligenti, ma invece no, bisogna essere imbecilli fino in fondo, imbecilli totali, è quello il segreto della vittoria Superenalottica, e quindi noi faremo la giocata minima, quella da 1 euro, la cui probabilità di vittoria è di 1 su 622.614.630. Così mettiamo 25 centesimi a testa. A questo punto si tratta solo di decidere quali numeri giocare. Tomassi propone di guardare i numeri ritardatari.
– Ma allora sei proprio un cugliò – si infervora Bernardo – ti dico che la tattica è quella di essere imbecilli, no di seguire un metodo.
– Allora ci giochiamo le date di nascita? – azzardo io.
– No, no, no. Non ci deve essere nessun criterio, capito. Qualsiasi criterio per quanto imbecille non sarà mai imbecille come nessun criterio. Bisogna che questi numeri siano detti a casaccio, ma non bisogna pensarci neanche un secondo, bisogna dirli così, come vengono.
– Allora li dico io! – fa Simonetto, e aprendo il palmo come per giocare a morra, urla – 1 45 67 69 81 90!
Silenzio totale. Bernardo guarda Simonetto.
– Sei proprio sicuro di non averci pensato per niente? Neanche un secondo li hai pensati?
Simonetto ci guarda tutti.
– Cioè. Non lo so, capace che due secondi ci ho pensato, ma proprio due.
Scuotiamo tutti la testa.
Allora a quel punto mi faccio avanti io.
– Fate provare me – dico, con la voce che un po’ mi trema. Tomassi mi mette una mano sulla spalla e gli altri mi guardano riconoscenti.
– Dài che ce la fai, che tu sei il più imbecille di tutti – dice. Io mi schernisco, sorrido confuso. Bernardo ha già la matita pronta a scrivere i numeri sul tovagliolo di carta con su scritto Bar Duemila.
Inspiro.
Espiro.
Scrollo la testa. Soffio aria facendo rumore con la bocca. Si avvicina pure Giangiovanni, curioso. Mi do un paio di schiaffi in faccia. Poi sparo la sestina:
– 14, 37, 40, 43, 79, 84.
Bernardo scrive, poi solleva il tovagliolo. Tutti lo guardiamo.
¬– Grandioso – fa Bernardo. Gli altri fanno partire un applauso. Tomassi si incarica subito di andare a fare la giocata dal tabaccaio di fronte. Simonetto intanto offre un giro di Vov a tutti. Io ho un po’ di mal di testa per lo sforzo sovrumano di partorire una sequenza di numeri del tutto irragionevole, mi sento spossato, ma sono anche felice, superenalottisticamente felice.

La sera stessa siamo sempre lì, al bar di Giangiovanni, a guardare l’estrazione in diretta. Esce solo il 37. Bernardo spegne la tv, cala un silenzio atroce.
– Di’ un po’ – mi fa Simonetto – ma sei proprio sicuro, che li hai detti senza prima pensarli?
– Ma cazzo, sì – dico io.
Silenzio.
– Sicuro al cento per cento? – fa quello stronzo di Bernardo.
Mi stringo nelle spalle.
– Cioè. Adesso, proprio cento per cento… diciamo novantanove, dài.
Mi prendo dei gran vaffanculo. Comunque alla fine di tutta la faccenda, secondo me la colpa è della Sanbenedettese che ha vinto con l’Ancona, ma non ho il coraggio di dirlo.

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