Bar Tabacchi Giangiovanni

di Giangiovanni Pettinari & Figli P. IVA 04650673410

Che ve ne pare

Oggi il Bar Tabacchi è chiuso per lutto. Infatti ieri è morto Pasquale Regazzotti, 77 anni, uno dei clienti storici. Saputa la notizia, ieri sera ci siamo messi a tavolino per buttare giù il testo di un telegramma di condoglianze da mandare alla famiglia di Pasquale. Bernardo ha subito messo il veto: – Non scriveremo una roba banale e scontata e retorica come “Condoglianze” o “Sentite condoglianze”. Non ci alzeremo da questo tavolo fino a che non avremo partorito una frase sincera, che sgorghi dal cuore.
Per favorire l’ispirazione, Giangiovanni ci ha portato al tavolo una bottiglia di amaro Centerbe. Tre ore dopo eravamo sbronzi. Alla fine, barcollando, Tomassi è andato a telefonare per dettare il telegramma: “SENTITISSIME CONDOGLIANZE DAGLI AMICI DEL BAR TABACCHI GIANGIOVANNI”. Quel “sentitissime” era opera di Simonetto: gli è pure scesa una lacrima, quando l’ha suggerito, ma secondo me non era una lacrima di commozione, perché gli è uscita dopo uno sbadiglio colossale. Stamattina io, Bernardo e Simonetto siamo andati alla camera ardente. Tomassi non è venuto, perché lui dice che non sopporta le camere ardenti e i funerali, lui le persone le vuole ricordare da vive. A chi la racconti, Tomassi? Lo sappiamo tutti in realtà sei andato al Bar della Rotonda a giocare a videopoker, visto che Giangiovanni era chiuso. Alla camera ardente c’era pure Giangiovanni, in piedi appoggiato contro la parete, con la testa che ogni tanto gli crollava. La moglie di Pasquale era seduta accanto alla bara aperta, fissava un punto nel vuoto e muoveva le labbra impercettibilmente. Mi sono avvicinato alla bara, ho guardato Pasquale Regazzotti, era proprio morto, anche di più. Mi sono rivolto alla vedova:
– Condoglianze, signora.
– È morto proprio come uno stronzo – ha commentato lei, sospirando.
–  Condoglianze.
– Vaffanculo. Proprio come uno stronzo.
Uscendo dalla camera ardente, ho chiesto ai miei compari:
– Che ve ne pare?
– Lei è ancora una fregna discreta – ha commentato Bernardo.
– Intendevo di Pasquale.
– La morte asciuga – ha detto Simonetto.

Studiare da vecchi

Simonetto è arrabbiato perché l’altro giorno un tipo mai visto al bar s’è piazzato al videopoker ed è stato lì a giocare (e perdere) per tre ore di fila, e a lui che gli stava alle spalle spingendo un po’ con la pancia per fargli pervenire un messaggio tipo “Ohò, tocca anche a me” quello l’ha liquidato didendogli “Vai a giocare a briscola, nonno”. Secondo Bernardo è tutta invidia.
– Invidia di che? – ho chiesto io.
Della vecchiaia, ha risposto lui. Che è un fatto che tutti mirano a quello: a diventare vecchi. Tutti vorrebbero essere vecchi subito, ma non si può, non basta interpellarsi a vicenda chiamandosi “Vecchio”, come fanno i giovani certe volte, per essere vecchi davvero. La verità vera, dice Bernardo, è che non si diventa vecchi dall’oggi al domani, no, ci vogliono anni! La vecchiaia è un fatto di pazienza, e i giovani la pazienza non ce l’hanno. Però siccome in questo paese sono i vecchi che contano qualcosa, mentre i giovani e gli adulti non contano un cazzo, allora tutti ci invidiano lo status di vecchi, ecco la vera verità. Perché non è da tutti. Guarda la storia del rock: quanti possono dire di esserci arrivati? Non può dirlo Janis Joplin e non può dirlo Jim Morrison e neanche Elvis Presley e manco Rino Gaetano. Solo uno su mille ce la fa!
– Fondiamo una scuola –ha detto allora Tomassi, – una scuola che insegna a diventare vecchi.
– Una scuola privata? – ha chiesto Bernardo.
– Certo.
– Una scuola privata per il Conseguimento della Terza Età, una scuola ad alta specializzazione, e quindi molto, molto costosa – ha voluto specificare Bernardo.
Allora ci siamo messi a tavolino a definire bene la questione, che quando ci mettiamo in testa una cosa noi siamo pignoli, le cose ci piace farle per bene, non alla qualunquella. Quanto durerà il corso di studi? Cinque anni, ha proposto Simonetto. Si è levato un coro di indignazione.
– Perché secondo te bastano cinque anni per diventare vecchi? – gli ha fatto Tomassi, – tu quanti ce ne hai messi?
Simonetto si è grattato dietro l’orecchio.
– Sette… otto, al massimo.
– Ma senti questo! Almeno venti, te ce ne sono voluti, altroché.
– Sì, ma senza studiare. Se magari studiavo…
Alla fine abbiamo deciso che il corso dovrebbe durare quindici anni, a patto di iniziarlo presto, appena usciti dall’università, tipo, quando si ha ancora la mente fresca e abituata allo studio. Se invece si inizia il corso, che ne so, a quarantacinque anni, allora per questa gente il corso durerebbe venti anni.
– Fatemi capire – è intervenuto Giangiovanni, smettendo di caricare le tazzine nella lavastoviglie professionale – se io mi iscrivo alla vostra scuola più tardi, ci metto di più a conseguire la vecchiaia di uno che si iscrive prima? Ci vedo tipo una contraddizione.
– Tu non supereresti neanche il test d’ingresso, se è per questo ­– lo ha liquidato Bernardo.
– Ah perché ci sarà anche il test d’ingresso? – ho domandato io.
– E comunque c’è gente che a quarantacinque anni non è ancora uscita dall’università, come la mettiamo? – ha detto Simonetto.
– Qualche altra obiezione del cazzo? – ha detto allora Bernardo, che cominciava a stufarsi, secondo lui la gente non fa che ricamare attorno alle idee geniali fino a che non le demolisce e non se ne fa più niente, le idee geniali non andrebbero mai discusse, bisognerebbe mai neanche dirle, che come le dici perdono la loro magia e diventano stronzate.
– Non lo so –  ha detto Tomassi, e ha sbuffato, come per la fatica di pensare, spandendo tutto intorno un’alitosi al Varnelli – a me non mi convince. Secondo me, un giovane non potrà mai diventarci, vecchio, neanche studiando cento anni. Non è che vecchio ci diventi studiando. La vecchiaia non è un insieme di nozioni, la vecchiaia è una condizione esistenziale. I giovani sono giovani e i vecchi sono vecchi e non puoi saltare lo steccato. I giovani bisogna che si rassegnano.
Tutti abbiamo più o meno annuito, ogni tanto Tomassi c’è da dire che la sa lunga. Annuivamo, e tutti guardavamo in direzione del giovane di turno che si stava rovinando al videopoker, uno dei tanti che non sarebbe mai diventato come noi.

Un problema di cui nessuno si occupa

Dice Tomassi che si parla sempre della fame nel mondo, la fame nel mondo, la fame nel mondo. Ma c’ è un altro problema strettamente correlato a questo, di cui mai nessuno si occupa.
– Quale? – ha chiesto Giangovanni, mentre schiumava il latte.
– L’appetito nel mondo.
Secondo Tomassi, se la fame è un problema così tanto diffuso, figuriamoci allora l’appetito. Chissà quanta gente al mondo sente appetito, e non ha uno stuzzichino, uno spuntino, niente che possa fermargli lo stomaco. Se i governi mondiali si occupassero un po’ di più di risolvere questo problema, intervenendo per fermare l’appetito prima che si trasformi in fame, ecco che probabilmente anche il problema della fame mondiale ne uscirebbe ridimensionato.
Bernardo stava leggendo il Corriere dello Sport e a quel punto ha chiuso il giornale e ha cominciato a punzecchiarlo:
– Eccone un altro con la soluzione in tasca. Allora sentiamo, che cosa faresti tu, per risolvere il problema dell’appetito nel mondo? Se tu fossi capo del mondo per un giorno, come faresti?
– Farei più aperitivi. Più aperitivi per tutti. Le nazioni più sviluppate potrebbero inviare aiuti umanitari.
– Lascia perdere le nazioni più sviluppate. Tu, proprio tu, che cosa faresti?
– Vuoi sapere che cosa farei io? Ecco che cosa farei. Per esempio, spedirei nelle regioni africane dove c’è la carestia casse e casse di salatini. Ecco che cosa farei.
Siamo rimasti tutti zitti, si sentiva solo il jingle del videopoker.
– Salatini. Quelli non c’hanno manco l’acqua e tu gli mandi i salatini – ha detto Giangiovanni, svuotando la lavastoviglie.
– Bravo, bravo, fai del benaltrismo. Lasciamo che la gente muoia di appetito – ha detto Tomassi, tutto inacidito. Io comunque mi sono ricordato un detto, che l’appetito vien mangiando. Allora l’ho detto a voce alta. Mi hanno guardato tutti malissimo.

Missione Superenalotto

Simonetto non si capacita di come sia possibile che tutta questa gente in Italia butti i suoi risparmi in un gioco idiota come il Superenalotto. È mai possibile, dice. Bernardo, che prima di andare in pensione era professore al liceo, chiede a Simonetto:
– Sai che cosa diceva Cavour?
– Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani – risponde Simonetto a colpo sicuro.
– No, cugliò. Cosa diceva del Lotto.
Simonetto ci pensa un secondo.
– Fatto il lotto, bisogna fare i… come si chiamano –
– No, no, cugliò. Cavour diceva che il lotto è la tassa sugli imbecilli.
– Che c’entra il lotto con il superenalotto?
– Stessa cosa – taglia corto Bernardo – imbecilli uguale, anzi di più.
Siamo al bar di Giangiovanni, Bernardo sta seguendo l’agonia dei mercati internazionali sul Tg2, Simonetto sta dando il meglio di sé al videopoker, poi c’è Tomassi che legge i risultati della serie D sulla Gazzetta dello Sport. “La Sambenedettese ha spaccato il culo all’Ancona” dice. “Se si è verificato questo evento straordinario, allora possiamo pure vincere all’Enalotto secondo la mia modesta opinione di vaticinatore”. “Il cazzo” urla Simonetto, prendendo a pugni il videopoker “ ’sto pezzo di cazzo Tomassi, tu porti sfiga, come hai parlato io qua ho perso”. “Col videopoker la sfiga non c’entra, il videopoker è scienza” dico io, e tutti annuiscono seri. Cazzo mica stiamo parlando della tassa sugli imbecilli. Giangiovanni si sporge dal banco e dice a Simonetto di non prendere mai più a pugni il videopoker se non vuole che lui telefoni a sua moglie. Simonetto minaccia Giangiovanni di far esaminare dai Nas, e se necessario anche dai Ris, i salatini che giacciono sulla scodella sul banco, se solo prova a chiamare sua moglie. Sarebbe l’inizio di un’estenuante guerra di nervi, se non fosse per Bernardo che propone di fare una giocata collettiva al Superenalotto per sbancarlo. Tutti lo mandiamo sul momento a cagare, che dopo la storia della tassa sugli imbecilli nessuno di noi vuole passare per imbecille, ma Bernardo che è un grande retore spazza via ogni nostra esitazione affermando con calore e spruzzi di saliva che se, come diceva Cavour, quella è la tassa sugli imbecilli, allora cazzo quella tassa è fatta su misura per noi, siamo noi le persone giuste per sbancarlo, il banco del Superenalotto, e noi ci gonfiamo tutti d’orgoglio che nessuno ha il coraggio di contraddirlo. Alla fine ci convince a tutti e Tomassi propone di fare una giocata di quaranta euro, dieci euro ciascuno, di fare un sistema insomma. Ma Bernardo dice di no, dice che il punto è proprio quello, che al Superenalotto nessuno vince mai perché quasi tutti fanno i sistemi credendosi intelligenti, ma invece no, bisogna essere imbecilli fino in fondo, imbecilli totali, è quello il segreto della vittoria Superenalottica, e quindi noi faremo la giocata minima, quella da 1 euro, la cui probabilità di vittoria è di 1 su 622.614.630. Così mettiamo 25 centesimi a testa. A questo punto si tratta solo di decidere quali numeri giocare. Tomassi propone di guardare i numeri ritardatari.
– Ma allora sei proprio un cugliò – si infervora Bernardo – ti dico che la tattica è quella di essere imbecilli, no di seguire un metodo.
– Allora ci giochiamo le date di nascita? – azzardo io.
– No, no, no. Non ci deve essere nessun criterio, capito. Qualsiasi criterio per quanto imbecille non sarà mai imbecille come nessun criterio. Bisogna che questi numeri siano detti a casaccio, ma non bisogna pensarci neanche un secondo, bisogna dirli così, come vengono.
– Allora li dico io! – fa Simonetto, e aprendo il palmo come per giocare a morra, urla – 1 45 67 69 81 90!
Silenzio totale. Bernardo guarda Simonetto.
– Sei proprio sicuro di non averci pensato per niente? Neanche un secondo li hai pensati?
Simonetto ci guarda tutti.
– Cioè. Non lo so, capace che due secondi ci ho pensato, ma proprio due.
Scuotiamo tutti la testa.
Allora a quel punto mi faccio avanti io.
– Fate provare me – dico, con la voce che un po’ mi trema. Tomassi mi mette una mano sulla spalla e gli altri mi guardano riconoscenti.
– Dài che ce la fai, che tu sei il più imbecille di tutti – dice. Io mi schernisco, sorrido confuso. Bernardo ha già la matita pronta a scrivere i numeri sul tovagliolo di carta con su scritto Bar Duemila.
Inspiro.
Espiro.
Scrollo la testa. Soffio aria facendo rumore con la bocca. Si avvicina pure Giangiovanni, curioso. Mi do un paio di schiaffi in faccia. Poi sparo la sestina:
– 14, 37, 40, 43, 79, 84.
Bernardo scrive, poi solleva il tovagliolo. Tutti lo guardiamo.
¬– Grandioso – fa Bernardo. Gli altri fanno partire un applauso. Tomassi si incarica subito di andare a fare la giocata dal tabaccaio di fronte. Simonetto intanto offre un giro di Vov a tutti. Io ho un po’ di mal di testa per lo sforzo sovrumano di partorire una sequenza di numeri del tutto irragionevole, mi sento spossato, ma sono anche felice, superenalottisticamente felice.

La sera stessa siamo sempre lì, al bar di Giangiovanni, a guardare l’estrazione in diretta. Esce solo il 37. Bernardo spegne la tv, cala un silenzio atroce.
– Di’ un po’ – mi fa Simonetto – ma sei proprio sicuro, che li hai detti senza prima pensarli?
– Ma cazzo, sì – dico io.
Silenzio.
– Sicuro al cento per cento? – fa quello stronzo di Bernardo.
Mi stringo nelle spalle.
– Cioè. Adesso, proprio cento per cento… diciamo novantanove, dài.
Mi prendo dei gran vaffanculo. Comunque alla fine di tutta la faccenda, secondo me la colpa è della Sanbenedettese che ha vinto con l’Ancona, ma non ho il coraggio di dirlo.

Il manifesto della Letteratura del Plinto o Plintoletteratura o Plinteratura

Premessa

L’altro giorno ero al bar di Giangiovanni, c’erano anche Simonetto, Bernardo e il Tomassi, il videopoker s’era rotto e questa era la cosa peggiore che potesse accadere dopo il morire cornuti, la gente che moralisticamente critica il videopoker non sa che il videopoker stesso tiene alla larga da molte piaghe della società contemporanea attuale, come la droga ad esempio.
Col videopoker rotto non sapevamo che fare e probabilmente avremmo davvero rischiato di finire nel tunnel della droga pensandoci col senno di poi. Invece, forse perché evidentemente i tempi erano maturi, accadde una cosa straordinaria. Simonetto infatti stava sfogliando la Gazzetta dello Sport, quando a un tratto aveva piegato in quattro il giornale e l’aveva lanciato sul tavolo dicendo questa storica frase: “I giornali sono tutti una merda”. Bernardo, come se non avesse aspettato di sentire altro nella vita, aveva annuito e aveva aggiunto “Per non parlare della narrativa moderna. Gli scrittori attuali contemporanei fanno schifo al cazzo. La letteratura, è morta”. Bernardo sa quello che dice perché lui è un professore del liceo in pensione. “Ma infatti” abbiamo detto anche io e Simonetto, che anche se non siamo professori però siamo anche noi abbastanza tutto sommato amanti della cultura. Al che Bernardo ha detto “La letteratura oggi come oggi non racconta più la realtà, non vale più un cazzo, bisogna fondare un nuovo linguaggio, una nuova corrente letteraria che sia rappresentativa del Terzo Millennio”, s’era esaltato tutto, urlava. Così abbiamo deciso che poiché noi eravamo e siamo ora più che mai la crema intellettuale del quartiere, noi avremmo dato vita a una nuova corrente letteraria e che avremmo scritto il manifesto di questa nuova corrente proprio lì nel bar di Giangiovanni, ritrovo abituale di noi intellettuali del quartiere oltre che dei migliori giocatori di videopoker. Così, ci siamo fatti dare da Giangiovanni un foglio e una penna e una bottiglia di Vov e ci siamo messi al lavoro, bisognava decidere anzitutto l’elemento costitutivo della nuova letteratura, il suo fulcro, l’emblema. Il Tomassi ha proposto il videopoker; ma il videopoker era rotto, non era certo di buon auspicio fondare una corrente letteraria incentrata su una cosa che si rompe da un giorno all’altro, e allora Simonetto ha detto: il plinto. Simonetto è esperto perché per un certo periodo della sua vita ha lavorato in nero nei cantieri edili. Nessuno ha avuto da ridire sul plinto, e così Bernardo ha preso la penna e ha cominciato a buttare giù il manifesto. Eccolo qua.

MANIFESTO DELLA LETTERATURA DEL PLINTO OVVERO PLINTOLETTERATURA OVVERO PLINTERATURA

1.    I giornali sono una merda. La letteratura odierna contemporanea è una merda.
2.    Di fronte a una realtà che si va disgregando, una società polverizzata, un’economia in declino, eccetera eccetera, noi vogliamo fondare una letteratura che abbia forte valore fondativo, che stabilisca punti fermi, che sia solida, resistente al tempo e alle mode, che non ceda sotto il peso delle sovrastrutture sociali, politiche, religiose, economiche, politiche, etiche, sociali, morali, religiose, politiche, etiche, eccetera eccetera, ma che le sostenga e che contemporaneamente sia fortemente radicata al terreno, al suolo, alla madre Terra.
3.    Da dove trarre ispirazione per codesta nuova Letteratura? Dalla natura? No. Dalla religione? Ahah. Dall’uomo? Come sopra. Da cosa allora? Dal plinto.
4.    In edilizia, il plinto è il cuore della fondazione. Esso sostiene i pilastri. Sui plinti sono state edificate intere città. Sui plinti noi edificheremo la Nuova Letteratura, la Plinteratura. Per una letteratura di fondazione contro la letteratura di evasione odierna contemporanea.
5.    (da definire)
6.    La Plinteratura costruire il suo nuovo linguaggio a partire da parole-plinto. Parole grosse, pesanti, squadrate che costituiscono la base portante del discorso, e sulle quali i concetti si innalzano solidi come pilastri.
7.    Dalle parole-plinto originano le frasi-cordolo (corrispondenti in edilizia ai cordoli di cemento armato da plinto a plinto), robuste, massicce, inconfutabili.
8.    La Plinteratura bandisce dal suo linguaggio i “se” e i “ma”, i “piuttosto che”, i “nel senso che”, le ipotetiche, le dubitative, tutti quegli elementi del discorso che creano crepe e criticità strutturali.
9.    La Plinteratura non è filosofia, è scienza. Non è intrattenimento, è edilizia. Come tale essa attinge a piene mani al linguaggio e alla terminologia dell’ingegneria, della geotecnica, della scienza e tecnica delle costruzioni.
10.     Noi costruiremo opere di Plinteratura che resisteranno indenni nei secoli di fronte al passare delle mode e delle tendenze linguistiche, ai terremoti culturali, eccetera eccetera.

W i plinti, W la Plinteratura!
Firme dei Plinterati:
Prof. Bernardo Montironi
Simonetto Tonelli
Igino Tomassi
Severino Guzzoni

manifesto redatto il 13 ottobre 2007 al
BAR TABACCHI di Giangiovanni Pettinari & Figli
di Appignano del Tronto (AP)
P. IVA 04650673410

A titolo di esempio, e a dimostrazione del fatto che la Plinteratura non è fatuo chiacchiericcio ma azione propositiva e fondativa, alleghiamo al Manifesto le prime opere di Plinteratura. Esse sono due liriche, “Cordoli di vita” del poeta Igino Tomassi e “Nel blu di plinto di blu” del poeta Simonetto Tonelli, nelle quali emergono prepotentemente moduli, stilemi e temi della Plinteratura; e l’incipit del romanzo “Cuore di calcestruzzo” del prof. Montironi, primo esempio di prosa Plinterista.

Cordoli di vita

Pesante
È il tuo amore che mi scarichi addosso ogni
Giorno
che passa mi sento più stanco e mi
Cimento
nell’impresa di sorreggere il tuo sguardo di
Cemento
armato della mia fiducia di costituire un
Pilastro
della società mi dirigo massiccio al bar pronto a sbancare il
Videopoker
Spezzerò il destino colpendolo alle reni con un tubo
Innocenti
e senza colpe siamo noi, manovali maldestri senza regolare contratto nel cantiere della
[vita.

Nel blu di plinto di blu

Volare
O o
Cantare
O o o o
Inciampare
O o o o o o
In un plinto blu
Di 40 cm di spessore e 1,50 m di lato
O o o o o o o o
Cadere
O o o o o o o o o o
Di faccia sul calcestruzzo armato
Ahi ahi ahi ahi ahi ahi ahi
Capire
O o o o o o o o o o o o
Che è meglio guardare dove si cammina

Incipit del romanzo “Cuore di calcestruzzo”

Quel cordolo di cemento che volge a mezzogiorno, tra due massicci plinti di fondazione di pianta due metri per due; era lì che ogni mattina il professor Plintani andava a sedersi per ammirare l’alba, in attesa che aprisse il bar Duemila.
Il sole spuntava solido nel cielo, come sorretto da un pilastro invisibile.
Potente.
Massiccio.
L’animo del professore era franco, il pensiero retto, la mente solida, la temperatura corporea stabile.
“Che senso di potenza e di resistenza strutturale” disse il professore tra sé e sé, ammirando il sole.
Un sorriso.
Un lampo d’acciaio negli occhi.
Fu allora che capì. Non avrebbe ceduto alle sollecitazioni esterne della sfortuna. Egli avrebbe sopportato qualsiasi peso, proprio come quei plinti, quel cordolo.
I plinti.
Il cordolo.
In lontananza echeggiò il fragore metallico della serranda del bar Duemila che veniva alzata.
Il professore si alzò, puntando i piedi saldi sul magrone, a una distanza di 45 cm l’uno dall’altro, con straordinaria capacità portante.
“A noi due, videopoker” disse a voce alta, senza il minimo cedimento.
E si incamminò verso il bar.
Pugni piombati.
Passo anaelastico.
Sotto un cielo edile.

[continua]

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